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7. Meno imposte sui Redditi di Capitale

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Settima lezione di strategia fiscale:

Come risparmiare le imposte sui Redditi di Capitale

 

In questa settima lezione di strategia fiscale dedicata ai conti trading, vediamo come ottimizzare e risparmiare sulle imposte legate ai Redditi di Capitale. Prima di tutto, è importante chiarire cosa rientra in questa categoria.

 

Cosa sono i Redditi di Capitale?

I Redditi di Capitale includono tutti i proventi derivanti da rendite finanziarie e dividendi di partecipazione. Nonostante il Fisco non fornisca una definizione specifica, questi redditi sono disciplinati dagli articoli 44 e 45 del TUIR.

Ecco le principali categorie di Redditi di Capitale:

  1. Interessi e altri proventi derivanti da conti correnti o conti depositi legati al trading.
  2. Cedole, ovvero interessi su obbligazioni o Titoli di Stato.
  3. Dividendi, cioè la parte dell’utile distribuito agli azionisti di una società.
  4. ETF armonizzati, ossia fondi d’investimento conformi alle direttive europee.

Tassazione dei Redditi di Capitale

I Redditi di Capitale sono generalmente soggetti a tassazione separata con un’aliquota del 26%. Vengono riportati nel quadro RM del Modello Redditi e non possono essere compensati con plusvalenze o minusvalenze, che vanno invece inserite nel quadro RT. Questa distinzione è fondamentale, poiché spesso si rischia di ignorare o confondere le due categorie.

Attenzione ai redditi esteri e al Regime Dichiarativo

Se si detiene un conto in un paese estero o si opera in Regime Dichiarativo, è obbligatorio dichiarare tutti i Redditi di Capitale. Anche se il conto chiude con una minusvalenza, potrebbero esserci proventi da dividendi o interessi che vanno tassati. È frequente che vengano imposte tasse su questi redditi anche a fronte di perdite finanziarie, poiché i Redditi di Capitale non possono mai essere compensati con i Redditi Diversi (quadro RT). Ad esempio, un dividendo di un’azione non può essere compensato con la minusvalenza dello stesso titolo.

Spostamento nel Quadro RL

Sebbene i Redditi di Capitale debbano essere dichiarati nel quadro RM, in alcuni casi potrebbe essere vantaggioso spostarli nel quadro RL del Modello Redditi Persone Fisiche. In questa lezione analizzeremo quando questa modifica può essere opportuna.

Ricordiamo che queste lezioni hanno solo scopo informativo e non costituiscono consulenza fiscale.

In questa settima lezione di ottimizzazione fiscale vediamo

Strategie per ridurre le imposte sui Redditi di Capitale

La strategia per ridurre le imposte è applicabile solo a specifici Redditi di Capitale, come interessi, cedole e ETF armonizzati. Non si può applicare la stessa strategia ai dividendi, che subiscono una doppia tassazione:

  1. Una prima imposta del 15% nel paese di origine, secondo i trattati contro la doppia imposizione.
  2. Una seconda imposta del 26% in Italia.

Tassazione ordinaria opzionale per interessi ed ETF armonizzati

Per gli interessi e gli ETF armonizzati, potrebbe essere conveniente optare per la tassazione ordinaria invece di quella separata. L’aliquota ordinaria varia dal 23% al 43% in base al proprio scaglione di reddito. Ad esempio:

  • Per redditi inferiori a 15.000 €, l’aliquota è del 23%, più bassa rispetto al 26% standard.
  • Se non si hanno altri redditi o si possiedono molte spese deducibili (mediche, assicurative, ristrutturazioni), potrebbe essere vantaggioso optare per la tassazione ordinaria per sfruttare appieno le detrazioni fiscali.

Come compensare le imposte

Nel caso in cui si abbiano numerose spese mediche o di ristrutturazione edilizia, queste possono essere utilizzate per compensare i Redditi di Capitale, riducendo notevolmente o azzerando l’imposta da pagare.

Se hai un conto CFD come Plus, ActivTrades o Vantage, questa strategia di può applicare solo sugli interessi perché questi broker non offrono veri ETF ma soltanto “CFD su ETF”. Se invece utilizzi Interactive Brokers o Trading212, non avrai problemi a trovare l’ETF che fa al caso tuo per applicare questa strategia!

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Sfruttare minusvalenze da criptovalute

In breve: le minusvalenze criptovalute realizzate fino al 2022 seguivano le regole delle valute estere e si compensavano anche con i guadagni su azioni, opzioni e CFD. Dal 2023 le cripto-attività sono una categoria a sé: le perdite si recuperano solo con plusvalenze cripto dei quattro anni successivi, e solo se le hai indicate in dichiarazione.

Chi ha perso soldi con le cripto si chiede se quelle perdite possano almeno ridurre le tasse sugli altri investimenti. La risposta dipende dall’anno in cui le hai realizzate, perché la Legge di Bilancio 2023 ha cambiato le regole. Lo spiega il team di Tasse Trading che dal 2011 elabora i report dei broker esteri per investitori italiani e consegna i facsimili dei quadri RM, RT, RL e RW del Modello Redditi (o M, T, D e W del 730).

Fino al 2022: le cripto come valute estere

Fino al 31 dicembre 2022 l’Agenzia delle Entrate assimilava le criptovalute alle valute estere (Risoluzione 72/E/2016). Plusvalenze e minusvalenze contavano solo se la giacenza complessiva dei conti in valuta, cripto comprese, superava 51.645,69 euro per almeno sette giorni lavorativi continui (art. 67, comma 1, lett. c-ter e comma 1-ter, TUIR). Superata la soglia, ogni scambio generava un guadagno o una perdita: vendita in euro, ma anche cambio da bitcoin a ether o a una stablecoin. Quelle perdite erano redditi diversi di natura finanziaria come gli altri, quindi si potevano usare per compensare le plusvalenze su azioni e derivati dello stesso anno e dei quattro successivi (art. 68, comma 5, TUIR).

Esempio 1. Nel 2021 Luca supera la soglia, vende bitcoin in perdita per 6.000 euro e nello stesso anno guadagna 10.000 euro vendendo azioni. Dichiara entrambe le operazioni: paga il 26% solo su 4.000 euro.

Esempio 2. Nel 2022 Luca chiude l’anno con 8.000 euro di minusvalenze cripto e nessun guadagno. Le indica nel quadro RT e nel 2024 le usa contro 5.000 euro di plusvalenze su azioni; i 3.000 euro rimasti valgono fino al 2026. La legge di bilancio 2023 ha confermato che le minusvalenze cripto realizzate entro il 2022 restano deducibili con queste regole (art. 1, comma 127, L. 197/2022; Circolare 30/E/2023, par. 3.2).

Dal 2023: le minusvalenze criptovalute compensano solo cripto

Dal 1° gennaio 2023 le cripto-attività hanno una categoria propria di redditi diversi (art. 67, comma 1, lett. c-sexies, TUIR). Non c’è più la soglia dei 51.645,69 euro e lo scambio tra cripto con le stesse caratteristiche, per esempio bitcoin contro ether, non conta più. In cambio le perdite restano chiuse nel comparto cripto: si sommano alle plusvalenze e ai proventi da cripto-attività dello stesso anno e l’eccedenza si riporta per quattro anni, ma solo contro altre plusvalenze cripto e solo se la minusvalenza è stata indicata nella dichiarazione dell’anno in cui è nata (art. 68, comma 9-bis, TUIR; Circolare 30/E/2023, par. 3.1). Dal 2025 non esiste più nemmeno la franchigia di 2.000 euro (art. 1, commi 23-25, L. 207/2024).

Esempio 3. Nel 2026 Giulia perde 4.000 euro vendendo ether e guadagna 4.000 euro con le azioni. Le due cifre non si incontrano: paga il 26% sulle azioni e riporta i 4.000 euro di minusvalenza cripto, utilizzabili fino al 2030 contro guadagni cripto.

Esempio 4. Nel 2025 Giulia realizza 3.000 euro di minusvalenze cripto e le indica nel quadro RT. Nel 2026 vende bitcoin con 10.000 euro di plusvalenza: tassa solo 7.000 euro, al 33% previsto dal 2026. Se nel 2025 non le avesse dichiarate, le avrebbe perse.

Cosa fare per non perdere le minusvalenze cripto

La regola pratica è una: dichiara sempre le perdite nell’anno in cui le realizzi, anche se non devi pagare nulla, perché la deduzione negli anni successivi è ammessa solo per le minusvalenze già indicate nel quadro RT (o T del 730) dell’anno di realizzo. Tieni separate le minusvalenze cripto da quelle su azioni e derivati, perché seguono due vasche diverse, e conserva lo storico completo delle operazioni: senza prova del costo di acquisto la perdita non esiste. Attenzione anche alle perdite che non contano: il furto delle chiavi o la sparizione di un exchange non generano una minusvalenza deducibile, come spieghiamo nell’articolo sul furto o smarrimento del wallet. Il quadro completo delle regole dal 2026 è nella guida alla dichiarazione cripto 2027. Per le modalità di compilazione rimandiamo alle istruzioni del modello Redditi PF 2026, Fascicolo 2.

Tasse Trading si occupa proprio di questo.

Dal 2011 elaboriamo i report dei broker e degli exchange esteri per investitori e trader italiani: ricostruiamo plusvalenze e minusvalenze cripto con il LIFO, teniamo separate le perdite ante e post 2023 e le riportiamo negli anni giusti, con i facsimili dei quadri RT e RW pronti per la dichiarazione (o T e W del 730). Seleziona il tuo exchange per un preventivo gratuito.

Riferimenti normativi

  • Art. 67, comma 1, lett. c-ter e comma 1-ter, TUIR e Risoluzione Agenzia delle Entrate n. 72/E del 2016 (regime fino al 2022: cripto come valute estere, soglia di 51.645,69 euro)
  • Art. 68, comma 5, TUIR (compensazione tra redditi diversi di natura finanziaria e riporto per quattro anni)
  • Art. 67, comma 1, lett. c-sexies, e art. 68, comma 9-bis, TUIR, introdotti dall’art. 1, comma 126, L. 197/2022 (cripto-attività dal 2023, minusvalenze solo contro cripto)
  • Art. 1, comma 127, L. 197/2022 (regime transitorio per le minusvalenze realizzate entro il 2022)
  • Art. 1, commi 23-25, L. 207/2024 (eliminazione della franchigia dal 2025, aliquota al 33% dal 2026)
  • Circolare Agenzia delle Entrate n. 30/E del 27 ottobre 2023, par. 3.1 e 3.2
  • Istruzioni al modello Redditi PF 2026, Fascicolo 2 (Quadro RT)

Autore: Gabriele Orsillo, specialista fiscale in Tasse Trading dal 2024 e responsabile delle elaborazioni (oltre 1.000 conti trading esteri elaborati). Aggiornato: 29 ottobre 2026, modello Redditi PF 2026 (anno d’imposta 2025).

Le informazioni contenute in questo articolo hanno finalità esclusivamente informative, sono aggiornate alla data indicata e possono essere superate da modifiche normative o di prassi. Non costituiscono consulenza fiscale: l’applicazione al caso concreto dipende dalla situazione di ciascun contribuente e va verificata con un professionista abilitato. Tasse Trading non si assume alcuna responsabilità per l’uso delle informazioni qui riportate.

Hai ancora un dubbio sul tuo caso? Scrivici, ti rispondiamo noi.

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5. Non pagare imposte sulle criptovalute

ATTENZIONE – STRATEGIA VALIDA FINO AL 2022

A PARTIRE DAL 01.01.23 (REDDITI 2022) è CAMBIATA LA NORMATIVA FISCALE PER I CONTI CRIPTOVALUTE.

QUI SI RIPORTANO LE REGOLE RELATIVE ALLA TASSAZIONE DI CRIPTOVALUTE DEI REDDITI 2021 E PRECEDENTI.

PER I REDDITI 2023 SI RIPORTANO QUI LE NUOVE REGOLE (link)

Due lezioni fiscali interamente dedicate alle criptovalute: come non pagare imposte sulle criptovalute in maniera legale?

Le criptovalute sono uno strumento finanziario molto vantaggioso a livello fiscale poiché è possibile e assolutamente legale non pagare imposte sulle plusvalenze da criptovalute (entro determinati limiti).

Normalmente, per quasi tutti gli strumenti finanziari vi è un’aliquota del 26% sulle plusvalenze finanziarie. Ovvero alla fine dell’anno se il conto presenta un profitto (derivante da azioni, opzioni, futures, cfd, forex, ecc.) si deve versare l’imposta del 26%.

Come funziona invece per la tassazione delle criptovalute?

La normativa fiscale italiana non si è ancora adeguata al mondo delle criptovalute pertanto non vi sono ancora norme specifiche. L’agenzia Entrate ha quindi classificato le valute virtuali, ovvero le criptovalute al pari delle valute tradizionali.

La conseguenza di questa decisione che paragona le criptovalute a delle valute tradizionali presuppone che il calcolo delle plusvalenze o minusvalenze relative ad operazioni in criptovalute deve essere fatto (e il risultato deve essere inserito in dichiarazione dei redditi con l’eventuale pagamento delle imposte dovute) solo se la giacenza complessiva di tutti i depositi e conti correnti intrattenuti sia superiore a 51.645,69 euro​ per 7 giorni lavorativi consecutivi. 

Si dovranno pagare le plusvalenze sulle valute solo se si supererà il limite di €51.645,69. Questa soglia è valida solo per le criptovalute ma non per le plusvalenze finanziarie dove invece non vi sono limiti.

Come si fa a calcolare la giacenza in valuta?

1. Il controvalore in euro delle criptovalute si calcola sulla base del cambio vigente all’inizio del periodo di riferimento, ossia il cambio del 1° gennaio dell’anno nel quale si verifica la cessione;
2. La soglia di giacenza di euro 51.645,69 riguarda tutti i depositi e conti correnti intrattenuti dal contribuente.

In questa quinta lezione di ottimizzazione fiscale vediamo come NON PAGARE IMPOSTE SULLE CRIPTOVALUTE

Abbiamo visto che se si mantiene una giacenza di valute inferiore alla soglia di €51.645,69 non si conteggeranno eventuali plusvalenze o minusvalenze in dichiarazione dei redditi.

Se durante l’anno si realizzano profitti sulle criptovalute potrebbe essere utile prestare particolare attenzione alla propria giacenza in valuta.

Allo stesso modo, se il conto presenterà minusvalenze derivanti dalle criptovalute e non si supera la soglia, non verranno conteggiate nella dichiarazione dei redditi e non potranno compensare le altre plusvalenze (derivanti dagli altri strumenti finanziari).

Per quanto concerne le perdite derivanti dalle criptovalute abbiamo individuato un’altra strategia fiscale che vedremo nella prossima lezione. 

 

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4. Recupero detrazioni fiscali

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Come compensare i redditi da trading con le detrazioni fiscali?

Si apre la quarta strategia di ottimizzazione fiscale

 

I profitti derivanti da trading possono essere utilizzati per detrazioni fiscali?

Prima di rispondere a questa domanda dobbiamo distinguere la varie tipologie di redditi derivanti dall’attività di trading:

    • Profitti da azioni, opzioni, futures, cfd, forex, valute: Redditi Diversi – tassazione separata del 26%
    • Profitti da ETF armonizzati, cedole, dividendi e interessi: Redditi di Capitale – tassazione separata del 26%
    • Profitti da ETF non armonizzati: Redditi Ordinari – tassazione ordinaria

Questa premessa è fondamentale per spiegare la quarta lezione di strategie fiscali.  Gli unici strumenti che possono essere utilizzati per recuperare le detrazioni fiscali sono le plusvalenze da ETF non armonizzati.

In questa quarta lezione di ottimizzazione fiscale vediamo come RECUPERARE LE DETRAZIONI FISCALI

 

Le plusvalenze da ETF Non armonizzati vanno a tassazione ordinaria

Puoi detrarre spese mediche, assicurative, di ristrutturazione, ecc. compensandole con PLUSVALENZE da ETF NON ARMONIZZATI

 

Gli ETF devono sempre essere valutati singolarmente ad ogni chiusura di trade:

  1. Le minusvalenze da ETF vanno dichiarate come redditi diversi e possono compensare altri redditi diversi quali le azioni, opzioni e futures.
  2. Le plusvalenze da ETF andranno dichiarate come redditi di capitale (ETF armonizzati) o come redditi ordinari (ETF non armonizzati).

Gli ETF non armonizzati vanno a tassazione ordinaria e vengono tassati in base allo scaglione di reddito di appartenenza (dal 23% al 43%).

I proventi derivanti da ETF non armonizzati vengono sommati agli altri redditi (lavoro autonomo, dipendente, affitti…). Si possono utilizzare per detrarre le varie spese (esempio spese mediche, assicurative, per ristrutturazione, ecc.), se i redditi a tassazione ordinaria non compensano interamente le detrazioni. Chiudendo plusvalenze da ETF non armonizzati si recuperano le detrazioni.

Attenzione, questa strategia non può funzionare per chi investe in “CFD” su ETF (ad esempio, tramite piattaforme come Vantage, AvaTrade o un Plus500), ma solo con broker che offrono investimento in ETF veri come Interactive Brokers, Trading212 o DeGiro.

Può essere conveniente investire in ETF non armonizzati per due motivi:

    • Finendo a tassazione ordinaria vengono tassati in base all’aliquota dello scaglione di reddito di appartenenza

SCAGLIONI DI REDDITO

Fino a €15.000 → 23%
Da €15.001 a €28.000 → 25%
Da €28.001 a €50.000 → 35%
Oltre €50.001 → 43%

Se non si detengono redditi al di sopra di €15.000 l’aliquota è del 23% (al di sotto di quella del 26% presente per tutti gli altri redditi).

    • Se si detengono molte spese, come ad esempio spese mediche, assicurative o di assicurazione ma allo stesso tempo non si detengono abbastanza redditi per compensarle potrebbe essere convivente investire in ETF NON ARMONIZZATI. Le plusvalenze di questi strumenti andranno in compensazione con queste spese e diminuiranno o talvolta azzereranno le imposte da pagare.

 

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3. Non perdere minusvalenze

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Terza lezione di strategia fiscale trading:

Come trarre vantaggio dalle minusvalenze nei conti trading

 

In questa terza lezione ci concentreremo sull’importanza delle minusvalenze nei conti trading e su come utilizzarle al meglio per ottenere vantaggi fiscali.

Proseguiamo con le nostre strategie fiscali per i trader, che mirano a ottimizzare la tassazione e ridurre l’impatto fiscale. Come già visto, le imposte sono inevitabili, ma si possono adottare tecniche che ne riducono l’impatto sul proprio conto trading.

Le prime tre lezioni di questa guida fiscale si concentrano su strategie che bilanciano profitti e perdite.

Bilanciamento di profitti e perdite nelle prime lezioni

Prima lezione: “Bilanciare le plusvalenze” – Qui abbiamo sottolineato l’importanza di analizzare la situazione del proprio portafoglio, chiudendo eventuali posizioni in perdita per ridurre le plusvalenze e ridurre le tasse da pagare a fine anno.

Seconda lezione: “Bilanciare le minusvalenze” – Abbiamo valutato la situazione opposta, ovvero la chiusura di posizioni in profitto per ridurre le minusvalenze e prolungarne la scadenza.

L’importanza delle minusvalenze

In questa terza lezione vedremo perché è fondamentale non sottovalutare la scadenza delle minusvalenze per ridurre il carico fiscale sul proprio conto trading.

Perché sono così importanti le minusvalenze?

Devo dichiarare le minusvalenze?

Se il conto trading è in perdita devo comunque dichiararlo?

In regime dichiarativo non è obbligatorio dichiarare le minusvalenze, ma se non si inseriscono nel Modello Redditi si perde il vantaggio di poterle compensare con le plusvalenze successive entro 4 anni, per questo motivo è preferibile dichiararle soprattutto in un’ottica di continuità dell’attività di trading. Anche se decidi di non inserire le minusvalenze in dichiarazione, sarà comunque obbligatorio dichiarare il conto, se estero, nel quadro RW per il monitoraggio fiscale e il pagamento dell’IVAFE.

Quattro concetti fondamentali da ricordare

  1. Le imposte si pagano sulle plusvalenze realizzate, al netto delle minusvalenze realizzate.
  2. Per realizzare una plusvalenza o una minusvalenza è necessario chiudere una posizione aperta.
  3. In regime dichiarativo, i conteggi fiscali si effettuano dal 1° gennaio al 31 dicembre.
  4. È fondamentale valutare la propria situazione del portafoglio prima della fine dell’anno per ottimizzare la tassazione.

In questa terza lezione di ottimizzazione fiscale vediamo come

NON PERDERE LE MINUSVALENZE

 

Le MINUSVALENZE durano 4 anni

se correttamente inserite in dichiarazione dei redditi

Non fare scadere le minusvalenze senza utilizzarle

Le minusvalenze hanno una durata di 4 anni per poter essere compensate con le plusvalenze. Decorsi questi 4 anni se non utilizzate, scadranno.

Minusvalenze e regime amministrato

Le minusvalenze possono derivare anche da conti in regime amministrato ma solo nei seguenti due casi:

  1. Trasformazione del conto in regime dichiarativo: questo avrà validità a partire dal 01.01 dell’anno successivo
  2. Chiusura del conto in regime amministrato: avrà validità da subito.
Verrà rilasciata dall’Istituto una certificazione (certificazione ai sensi dell’art. 6 comma 5 D.Lgs. 461/97) che attesta le minusvalenze (con relative scadenze) che potranno poi essere inserite in dichiarazione dei redditi per compensare plusvalenze in regime dichiarativo. Solo con questa certificazione ufficiale è possibile utilizzare la minusvalenza.

Come procedere quando le minusvalenze rischiano di scadere?

Per coloro che hanno realizzato negli anni precedenti minusvalenze o sono in possesso della certificazione delle minusvalenze realizzate con conti in regime amministrato estinti (cd. zainetto fiscale) e tali minusvalenze rischiano di scadere senza essere utilizzate, come è conveniente procedere?

Sicuramente non è ottimale fare scadere le minusvalenze senza utilizzarle, pertanto è opportuno verificare se si detengono posizioni aperte con plusvalenze teoriche. In caso affermativo è opportuno chiudere posizioni in plusvalenza latente. Nella prossima dichiarazione dei redditi risulterà una plusvalenza che verrà compensata con le minusvalenze precedenti, ovvero non si pagheranno imposte sulle plusvalenze e non si perderanno le minusvalenze.

Esempio pratico

Situazione al 31.12 

→ Certificazione di minusvalenze (derivante da un conto in regime amministrato estinto): -5.000 
→ Plusvalenze teoriche (non chiuse): +5.500 

Se le minusvalenze scadono nell'anno è conveniente chiudere €5.000 di plusvalenze
per non perdere le minusvalenze e per non pagare imposte sui profitti.

 Per sfruttare le minusvalenze per la tua dichiarazione

 

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2. Bilanciare le minusvalenze

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Seconda lezione di strategia fiscale sui conti trading:

Come bilanciare le minusvalenze

 

In questa seconda lezione di strategie fiscali sui conti trading, esploriamo come trarre vantaggio dalle perdite da trading. Se nella prima lezione ci siamo concentrati su come bilanciare le plusvalenze, in questa trattiamo la situazione opposta: cosa fare quando le minusvalenze realizzate superano le plusvalenze, e allo stesso tempo ci sono posizioni aperte in profitto.

 

Perché sono importanti le minusvalenze?

Le minusvalenze giocano un ruolo cruciale nella gestione fiscale del tuo portafoglio. Ma cosa si può fare quando si è in perdita? E perché è così importante prestare attenzione a queste perdite? In questa lezione risponderemo a queste domande e ti spiegheremo come bilanciare le minusvalenze con le plusvalenze.

Quattro concetti fondamentali

Prima di proseguire con la strategia, è essenziale avere chiari alcuni concetti base:

  1. Le imposte vengono pagate sulle plusvalenze realizzate al netto delle minusvalenze.
  2. Per realizzare una plusvalenza o una minusvalenza è necessario chiudere una posizione.
  3. In regime dichiarativo, i conteggi fiscali vengono effettuati dall’1 gennaio al 31 dicembre.
  4. Per ottimizzare la tua tassazione, è utile valutare la situazione del portafoglio prima della fine dell’anno.

In questa seconda lezione di ottimizzazione fiscale vediamo

BILANCIARE LE MINUSVALENZE

 

Se prima della fine dell’anno

Il portafoglio è in MINUSVALENZA (realizzata)

e si hanno POSIZIONI APERTE CON PLUSVALENZE NON REALIZZATE

Potrebbe essere conveniente CHIUDERE queste PLUSVALENZE LATENTI

così facendo potrai posticipare il termine di scadenza della minusvalenza

 

Le minusvalenze eccedenti, se inserite nella dichiarazione dei redditi, possono essere compensate con le plusvalenze realizzate nei 4 anni successivi. Pertanto compensarle con le plusvalenze e non farle emergere in dichiarazione fa si che non gli venga attribuito un termine. Questo concetto lo chiariremo maggiormente nella prossima lezione.

Esempio pratico

Vediamo un esempio per chiarire la strategia, ad esempio su un conto eToro oppure per chi investe in criptovalute nel exchange Binance:

Situazione a fine anno

→ Plusvalenze realizzate: +1.000
→ Minusvalenze realizzate: -5.000
→ Plusvalenze teoriche (non chiuse): +3.000

Se non effettui nessuna operazione entro il 31 dicembre, non pagherai imposte, poiché i 1.000 € di plusvalenze realizzate verranno compensati con le minusvalenze di 5.000 €. Porterai così in dichiarazione 4.000 € di minusvalenze, che scadranno tra quattro anni.

Cosa potrebbe essere conveniente fare?

Chiudendo le plusvalenze latenti per un valore di 3.000 €, riuscirai ad azzerare il risultato netto, evitando così di pagare imposte e riducendo allo stesso tempo le minusvalenze da dichiarare. Questo ti permetterà di utilizzare 1.000 € di minusvalenze l’anno prossimo e nei successivi quattro anni. In questo modo, non attribuirai un termine alle perdite e ottimizzerai la tua situazione fiscale.

Non ti è chiara la strategia? 

 

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1. Bilanciare le plusvalenze

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Prima lezione di fiscalità sui conti trading

Com’è possibile avere un minor impatto fiscale del proprio conto trading quando si hanno plusvalenze?

Apriamo la nostra rubrica di strategie fiscali che permettono di ottimizzare la tassazione. E’ davvero possibile pagare meno tasse? Quali sono le strategie che mi consentono di versare meno imposte?

In quest’articolo e nei prossimi otto risponderemo a queste domande. Al termine della nostra guida fiscale conoscerete tutte le informazioni utili per ottimizzare la tassazione del vostro conto trading.

Siamo soliti valutare le performance di portafoglio in base alle posizioni chiuse in profitto, ma in realtà adottando le nostre guide si può migliorare la performance del nostro conto trading riducendo l’impatto fiscale e in alcuni casi azzerarlo.

IL REGIME DICHIARATIVO

Le strategie riportate sono applicabili al solo Regime Dichiarativo, ovvero quel regime dove è il contribuente a dover calcolare le imposte e riportare i risultati nella sua dichiarazione dei redditi.

Negli articoli precedenti abbiamo visto come il regime dichiarativo sia realmente più vantaggioso del regime amministrato. Se ti sei perso questo articolo vedi subito i vari vantaggi del regime dichiarativo.

Innanzitutto il Regime Dichiarativo permette di ricevere i PROFITTI LORDI e di pagare le imposte solo l’anno successivo (entro il 30/06). Questo processo permette al trader di reinvestire interamente i profitti e di avere più marginalità sul conto e dunque più leva finanziaria.

Aprendo un conto con sede in Italia di default il regime scelto sarà quello amministrato (con possibilità di optare per il dichiarativo, solo su richiesta e se l’istituto lo permette).

Il Regime Dichiarativo invece è valido per TUTTI I BROKER con sede all’ESTERO, che spesso offrono commissioni nettamente inferiori, nonché la possibilità di investire in più strumenti finanziari attraverso piattaforme efficienti. Ricordiamo inoltre che investendo all’estero si può diversificare il rischio paese.

Oltre a questi vantaggi che permettono di avere una migliore performance di portafoglio vi sono almeno 8 strategie fiscali, assolutamente legali che permettono al trader di risparmiare.

Tasse Trading propone 8 strategie fiscali che permettono al trader di ottimizzare la tassazione e di ridurre l’impatto fiscale del tuo conto trading!

 

Prima di spiegare la strategia è opportuno chiarire 4 concetti fondamentali:

    1. Le imposte si pagano sulle plusvalenze realizzate al netto delle minusvalenze realizzate.
    2. Per realizzare una plusvalenza o una minusvalenza è necessario chiudere una posizione aperta.
    3. In regime dichiarativo i conteggi vengono effettuati dal 01.01 al 31.12
    4. Per ottimizzare la tassazione è opportuno valutare la propria situazione del portafoglio prima della fine dell’anno.

In questa prima lezione di ottimizzazione fiscale vediamo come

BILANCIARE LE PLUSVALENZE

 

Se prima della fine dell’anno

Il portafoglio è in PLUSVALENZA (realizzata)

e si hanno POSIZIONI APERTE CON MINUSVALENZE NON REALIZZATE

Potrebbe essere conveniente CHIUDERE queste MINUSVALENZE LATENTI

Se desiderato si potranno poi riaprire subito le posizioni chiuse ripartendo da un costo di carico minore.

 

Bilanciare le plusvalenze conto trading

Come bilanciare le plusvalenze di un conto trading?

Nell’esempio vediamo un portafoglio, per esempio di un conto AvaOptions alla fine dell’anno (prima del 31 dicembre).

Primo grafico 

→ Plusvalenze realizzate: +10.000

→ Minusvalenze non realizzate (non chiuse): -10.000

Senza effettuare altre operazioni pagherò le imposte su €10.000, ovvero €2.600 (26%).

A gennaio il mio portafoglio sarà in minusvalenza di €10.000 
e avrò guadagnato l'anno precedente €10.000 ma pagato imposte per €2.600.

Secondo grafico (adottando la strategia fiscale) 

→ Plusvalenze realizzate: +10.000

→ Minusvalenze non realizzate (non chiuse): -10.000

Chiudendo queste perdite per €10.000 potrò compensare le plusvalenze AZZERANDO LA TASSAZIONE. 
Il mio risultato netto sarà zero e avrà RISPARMIATO €2.600.

Inoltre, una volta chiuse potrò poi riaprirle subito dopo ad un prezzo di carico minore.

Si tratta di analizzare prima della fine dell'anno la propria situazione finanziaria
 e cercare di ottimizzare la tassazione. Questo piccolo trucchetto mi permetterà un risparmio di €2.600.

 

Hai dubbi a riguardo? 

 

 

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*I contenuti della presente pagina non costituiscono consulenza fiscale e i contenuti non possono sostituire la consulenza individuale di esperti per i singoli casi concreti

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eToro: guida alla risoluzione dei problemi più frequenti

Le problematiche più comuni su eToro e come risolverle

 

In questa guida vedremo quali sono i problemi e i dubbi che possono sorgere più frequentemente utilizzando eToro e come affrontarli

Accesso negato

Se non si riesce ad accedere al proprio account di trading eToro, i motivi più comuni potrebbero essere l’inserimento errato del nome utente o della password.

Password dimenticata

Se non riesci ad accedere perché hai dimenticato la password, allora sarà necessario reimpostarla. Quando inserisci una password sbagliata, eToro ti offrirà l’opzione “Password dimenticata?”. Clicca su di essa e inserisci l’e-mail associata al tuo account e cliccare su “invia”. Riceverai con una mail contenente un link per reimpostare la password. Ricorda che il link è valido solo per 24 ore e può essere utilizzato una sola volta.

Altri problemi di accesso

Se hai inserito correttamente il nome utente e la password ma continui ad avere difficoltà ad accedere, prova i seguenti passaggi:

    • Cancella la cache del browser.
    • Riprova ad accedere.
    • Usa un altro browser.
    • Controlla la tua connessione internet.
    • Assicurati di non essere già connesso in un’altra finestra o dispositivo.

Non riuscire a visualizzare i fondi prelevati

Dopo aver richiesto un prelievo di denaro su eToro, è necessario un giorno lavorativo affinché la richiesta venga esaminata ed elaborata. Riceverai un’email di conferma una volta completato il processo, specificando il metodo di pagamento. I fondi possono richiedere fino a 8 giorni lavorativi per essere visualizzati nell’estratto conto.

Se dopo 8 giorni lavorativi i fondi non sono ancora visibili, apri un ticket nel Centro di Assistenza Clienti e allega una copia dell’estratto conto che mostri tutte le transazioni in entrata e in uscita dal momento della richiesta di prelievo fino al giorno di apertura del ticket. Assicurati che siano visibili il tuo nome, le date e i dettagli del metodo di pagamento.

Transazioni chiuse automaticamente

Le transazioni su eToro possono chiudersi automaticamente quando vengono attivati strumenti di gestione del rischio come Stop Loss o Take Profit. Questi strumenti servono a chiudere automaticamente le transazioni, quando il mercato sposta un determinato importo a favore o contro la tua posizione, in maniera tale da assicurarti i profitti o da limitare le perdite.

Perdita immediata all’apertura di una posizione

Quando si apre una posizione, il tasso mostrato è quello a cui la posizione verrebbe chiusa.
Ad esempio, quando apri una posizione ACQUISTA, la apri al prezzo ACQUISTA ma la chiudi al prezzo VENDI. Viceversa, quando apri una posizione VENDI, la apri al prezzo VENDI ma la chiudi al prezzo ACQUISTA.
La differenza tra il prezzo di acquisto e il prezzo di vendita è chiamata spread e contiene una commissione che viene addebitata su ogni transazione (se vuoi saperne di più, puoi leggere l’articolo sulle commissioni di eToro).
La perdita che vedi all’apertura della posizione è quindi dovuta allo spread.

Visualizzare una posizione in attesa

Se apri una posizione mentre il mercato è chiuso, questa apparirà come “in attesa”. eToro eseguirà la transazione non appena il mercato riaprirà, al primo tasso disponibile. Puoi consultare gli orari di apertura dei mercati direttamente sulla piattaforma di eToro.

Dichiarare il conto eToro al Fisco italiano

L’estratto conto di eToro è utile per monitorare gli investimenti, ma non è un documento fiscalmente valido e ha bisogno di essere rielaborato. Consulta la nostra pagina sulla tassazione del conto eToro per maggiori informazioni sulla dichiarazione del tuo conto eToro.

Come contattare eToro

Puoi contattare eToro aprendo un ticket di supporto attraverso il loro Servizio clienti oppure attraverso la loro live chat, entrambi sono disponibili 24 ore su 24.
Per contattare eToro devi utilizzare l’indirizzo e-mail con il quale ti sei registrato nella piattaforma così da accedere al Centro Servizi Clienti

 

Hai bisogno di aiuto? visita la pagina dedicata alle Tasse eToro sul nostro sito!

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Cosa sono gli ETF?

In breve: gli ETF (Exchange Traded Funds) sono fondi di investimento quotati in borsa che replicano in modo passivo un indice di riferimento, per esempio l’S&P 500 o un paniere di obbligazioni governative. Si comprano e si vendono come un’azione, in tempo reale, con costi annui molto bassi, e fanno parte, insieme a ETN ed ETC, della famiglia degli ETP (Exchange Traded Products). Come vengono tassati in Italia, e perché gli ETF americani sono un caso a parte, lo spieghiamo nella guida alla tassazione degli ETF.

Questa guida di Tasse Trading, lo studio che dal 2013 elabora i report dei broker esteri per investitori italiani e consegna i facsimili dei quadri RM, RT, RL e RW del Modello Redditi (o M, T, D e W del 730), spiega cosa sono gli ETF, come replicano l’indice, quali tipologie esistono, quali rischi e costi comportano e in cosa differiscono da ETN ed ETC.

I punti chiave

  • Cosa sono: fondi comuni (OICR) quotati su mercati regolamentati, a gestione passiva: copiano un indice invece di cercare di batterlo.
  • Come replicano: replica fisica (comprano davvero i titoli dell’indice, tutti o un campione) o sintetica (usano contratti swap con una controparte).
  • Tipologie: azionari, obbligazionari, monetari, immobiliari, tematici, smart beta, a leva e short, ad accumulo o a distribuzione.
  • Rischi: di mercato, di controparte (prestito titoli e swap), di liquidità, più il tracking error rispetto all’indice.
  • Costi: commissioni di negoziazione del broker, TER annuo di norma tra lo 0,05% e lo 0,50%, spread denaro-lettera.
  • ETN ed ETC: non sono fondi ma titoli di debito emessi da banche o società veicolo: nessun patrimonio separato e trattamento fiscale diverso.

Cosa trovi in questa guida
Come funzionano gli ETF: la replica passiva
Le tipologie di ETF
Quali sono i rischi
Quanto costano
ETF, ETN ed ETC: le differenze
Domande frequenti

Come funzionano gli ETF: la replica passiva

Un ETF è un fondo comune di investimento con due caratteristiche in più: è quotato in borsa, quindi si compra e si vende durante la giornata al prezzo di mercato come un’azione, e replica in modo passivo un benchmark, cioè un indice di riferimento di cui cerca di copiare composizione, performance e profilo di rischio. Non c’è un gestore che sceglie i titoli: il fondo segue l’indice. Gli ETF rientrano nella categoria degli OICR (organismi di investimento collettivo del risparmio) e, quando sono conformi alla normativa europea UCITS, offrono le tutele previste per i fondi armonizzati.

La replica può avvenire in due modi.

Replica fisica. L’ETF acquista materialmente i titoli (azioni o obbligazioni) che compongono l’indice. Se li compra tutti, con lo stesso peso dell’indice, la replica è completa; se ne compra solo una parte rappresentativa, perché l’indice è molto numeroso o poco liquido, la replica è a campione (ottimizzata).

Replica sintetica. L’ETF non compra i titoli dell’indice ma ne ottiene la performance attraverso un contratto derivato (swap) con una controparte, di solito una banca d’investimento. Nella versione unfunded l’ETF investe in un paniere sostitutivo di titoli e scambia con la controparte la performance di quel paniere contro quella dell’indice; nella versione funded trasferisce direttamente il capitale alla controparte in cambio della performance dell’indice, a fronte di garanzie. La replica sintetica si usa per indici difficili da replicare fisicamente, come alcuni mercati emergenti o le materie prime.

Schema della replica passiva degli ETF: fisica completa o a campione, sintetica funded o unfunded

Le tipologie di ETF

Gli ETF si classificano in base all’asset class replicata e alla politica di distribuzione dei proventi. Un ETF ad accumulo reinveste dividendi e cedole nel fondo; un ETF a distribuzione li paga periodicamente all’investitore. È una distinzione che conta anche fiscalmente, perché un ETF ad accumulo non produce redditi finché non viene venduto.

TipologiaCosa replicaCome si distinguono
AzionariIndici azionari globali, regionali, nazionali, settoriali o tematiciPer area geografica, settore, tema (ambiente, tecnologia, dividendi), valuta e copertura del cambio (hedged), volatilità (indici come il VIX)
ObbligazionariPanieri di obbligazioniPer emittente (titoli di Stato, corporate investment grade, high yield), area geografica, scadenza (breve, media, lunga, tasso variabile), valuta, accumulo o distribuzione delle cedole
MonetariTitoli di Stato e strumenti a brevissima scadenza o tassi overnightServono a remunerare la liquidità del conto più che a investire; rendimento vicino ai tassi di riferimento
ImmobiliariAzioni di società immobiliari e REITTrattati come asset class a sé, ma tecnicamente sono ETF azionari settoriali
Smart betaIndici costruiti con regole quantitative invece che per capitalizzazioneEqual weight, dividend weight, value, growth, momentum, minimum volatility, multi-factor, multi-asset (azioni e obbligazioni insieme)
Strutturati: short e a levaL’inverso dell’indice (short) o un multiplo giornaliero della sua performance (leveraged, 2x o 3x)Strumenti speculativi o di copertura: il ricalcolo giornaliero fa sì che, tenuti per più giorni, si discostino molto dall’indice
Non armonizzatiIndici di ogni tipo, ma con domicilio fuori dall’Unione Europea (tipicamente Stati Uniti)Non conformi alla normativa UCITS, non acquistabili dai clienti retail tramite broker europei dal 2018 e tassati in modo diverso

Quali sono i rischi

Il primo rischio è quello di mercato: se l’indice scende, l’ETF scende con lui, perché replicarlo è esattamente il suo scopo. Gli altri rischi dipendono da come la replica viene realizzata.

  • Prestito titoli. Molti ETF a replica fisica prestano una parte dei titoli in portafoglio a terzi in cambio di una remunerazione, che riduce i costi e il tracking error. Se chi ha preso in prestito i titoli fallisce, il fondo rischia di non vederseli restituire; per questo il prestito è garantito da collaterale depositato presso una banca depositaria.
  • Controparte dello swap. Negli ETF a replica sintetica il rischio è il fallimento della controparte del contratto derivato. La normativa UCITS limita l’esposizione verso una singola controparte e impone garanzie, ma il rischio non è zero.
  • Liquidità. Un ETF poco scambiato ha spread ampi e può essere difficile da vendere al prezzo desiderato. Conviene guardare i volumi e il patrimonio del fondo, non solo il TER.
  • Tracking error. È la differenza tra la performance dell’ETF e quella dell’indice, dovuta a costi, dividendi reinvestiti in ritardo, replica a campione o fiscalità del fondo. Più è basso, meglio l’ETF fa il suo lavoro.
  • Cambio. Un ETF su un indice in dollari espone anche all’andamento euro/dollaro, a meno che non sia nella versione con copertura (hedged), che ha un costo.

Quanto costano

Gli ETF costano poco perché non prevedono commissioni di ingresso, di uscita o di performance. I costi sono tre:

  • Commissioni di negoziazione applicate dal broker a ogni acquisto o vendita, come per le azioni; variano da zero ad alcuni euro per ordine a seconda del broker e del mercato.
  • TER (Total Expense Ratio), il costo annuo di gestione prelevato direttamente dal patrimonio del fondo: di norma tra lo 0,05% e lo 0,50% l’anno, con gli ETF azionari globali e obbligazionari governativi nella parte bassa e quelli tematici, smart beta o a leva nella parte alta.
  • Spread denaro-lettera, la differenza tra prezzo di acquisto e di vendita sul mercato: pochi centesimi percentuali sugli ETF più liquidi, di più su quelli di nicchia.

ETF, ETN ed ETC: le differenze

ETF, ETN ed ETC si somigliano: replica passiva, quotazione in tempo reale, nessuna scadenza. Ma solo gli ETF sono fondi. Gli ETN (Exchange Traded Notes) sono titoli di debito emessi da banche o società veicolo che promettono la performance di un sottostante (materie prime, valute, indici, cripto-attività); gli ETC (Exchange Traded Commodities) sono ETN che hanno come sottostante una materia prima, con replica fisica (per esempio lingotti d’oro custoditi in caveau) o sintetica.

La differenza pratica è doppia. Primo, ETN ed ETC non hanno un patrimonio separato: in caso di fallimento dell’emittente l’investitore è un creditore, mentre il patrimonio di un ETF è separato da quello del gestore. Secondo, il Fisco italiano li tratta in modo diverso dagli ETF: guadagni e perdite di ETC ed ETN sono tutti redditi diversi e si compensano tra loro, mentre per gli ETF guadagni e perdite finiscono in categorie separate. Il dettaglio è nella guida alla tassazione degli ETF.

Hai ETF, ETC o fondi su un broker estero?

Per ogni ISIN verifichiamo se lo strumento è un ETF armonizzato, un ETF non armonizzato o un ETC e lo portiamo nel quadro giusto con la tassazione corretta. Da oltre 13 anni elaboriamo i report dei broker esteri (Interactive Brokers, DEGIRO, Trading 212, Scalable Capital e oltre cento altri) per investitori italiani: ricevi i facsimili dei quadri RM, RT, RL e RW (o M, T, D, W del 730) pronti per la dichiarazione.

Domande frequenti sugli ETF

Che differenza c’è tra un ETF e un fondo comune tradizionale?
L’ETF è quotato in borsa e si negozia in tempo reale, replica passivamente un indice e costa una frazione di un fondo a gestione attiva. Il fondo tradizionale si sottoscrive e si riscatta al valore di fine giornata (NAV) e ha un gestore che sceglie i titoli.

ETF ad accumulo o a distribuzione: quale scegliere?
Ad accumulo i proventi vengono reinvestiti e non si dichiara nulla fino alla vendita; a distribuzione ricevi cedole o dividendi periodici, che vanno dichiarati ogni anno. La scelta dipende dall’obiettivo (crescita o rendita) e dalla gestione fiscale.

Cosa significa ETF UCITS?
Che il fondo rispetta la direttiva europea sugli organismi di investimento collettivo: limiti alla concentrazione, ai derivati e al rischio di controparte, patrimonio separato, vigilanza di un’autorità UE. Gli ETF quotati sulle borse europee sono quasi tutti UCITS; quelli americani no.

Perché non posso comprare gli ETF americani con il mio broker europeo?
Dal 2018 il regolamento PRIIPs richiede un documento informativo (KID) in lingua europea che gli emittenti americani di norma non producono, quindi i broker europei non possono offrirli ai clienti retail. Chi li detiene da prima, o tramite broker extra-UE, li tassa come ETF non armonizzati.

Cos’è il tracking error?
La differenza tra il rendimento dell’ETF e quello dell’indice che replica. Dipende da costi, modalità di replica e fiscalità del fondo: più è basso, più la replica è fedele.

Un ETC sull’oro è un ETF?
No. È un titolo di debito garantito da oro fisico, senza patrimonio separato, e fiscalmente produce solo redditi diversi, a differenza degli ETF.

Come vengono tassati gli ETF in Italia?
Dipende se sono armonizzati (26% sui proventi) o non armonizzati (tassazione ordinaria IRPEF), e in entrambi i casi le perdite seguono regole diverse dai guadagni. Lo spieghiamo nella guida alla tassazione degli ETF.


Autore: Gabriele Orsillo, specialista fiscale in Tasse Trading dal 2024 e responsabile delle elaborazioni (oltre 1.000 conti trading esteri elaborati). Aggiornato: 5 ottobre 2026.

Le informazioni contenute in questo articolo hanno finalità esclusivamente informative e non costituiscono consulenza finanziaria o fiscale: la scelta degli strumenti in cui investire e il loro trattamento fiscale vanno valutati sulla propria situazione, con l’aiuto di un professionista abilitato. Tasse Trading non si assume alcuna responsabilità per l’uso delle informazioni qui riportate.

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Tasse e investimenti su conti esteri

La tassazione nel trading: un tema sottovalutato

Nel mondo del trading e degli investimenti finanziari, la tassazione è spesso un aspetto che molti trascurano. Tuttavia, ignorare le implicazioni fiscali può portare a conseguenze significative, come sanzioni e multe. Non importa se si utilizza un conto trading estero o un broker online: le tasse devono essere pagate anche in questi casi. È quindi fondamentale per chi investe nei mercati finanziari conoscere le regole fiscali relative agli strumenti su cui si investe.

Per questo, se si fa trading o, in generale, se si investe nei mercati finanziari, è necessario conoscere la tassazione degli strumenti su cui investiamo.

Redditi diversi e redditi da capitale: qual è la differenza?

Il primo concetto da conoscere, per quanto riguarda la tassazione degli strumenti finanziari, è la differenza fra le due tipologie di redditi che i nostri investimenti possono generare, ovvero quella fra redditi diversi e redditi di capitale.

I redditi di capitale vengono definiti certi, sia nell’ammontare, sia nell’esistenza. Esempi di redditi da capitale sono i dividendi e le cedole delle obbligazioni. Un dividendo è certo nell’ammontare e nell’esistenza, poiché noi sappiamo che, se possediamo una determinata azione di una determinata società, riceveremo in una certa data un certo ammontare di dividendo. Questo perché il dividendo è già stato approvato dall’assemblea e la sua esistenza non può essere messa in dubbio.

I redditi diversi invece sono incerti, sia nell’ammontare, sia nell’esistenza. Se noi compriamo un’azione, non sappiamo esattamente a quanto la rivenderemo e nemmeno sappiamo se guadagneremo effettivamente qualcosa da essa. Pertanto, le plusvalenze e le minusvalenze, cioè i profitti o le perdite, dati dalla compravendita di azioni o altri strumenti finanziari nel tempo sono redditi diversi.

tasse e investimenti

Come vengono tassati i redditi?

I redditi di capitale sono tutti tassati al 26%.

Anche i redditi diversi presentano generalmente una tassazione al 26%, ma con alcune eccezioni:

  • Titoli di Stato italiani o di Paesi presenti nella white list
  • Bond degli organismi internazionali

Questi strumenti presentano una tassazione del 12,5%, anziché del 26%.

Nel caso si sia in possesso di fondi o ETF che investano in panieri che contengono al loro interno questi strumenti, ovvero titoli di Stato italiani o di Paesi presenti nella white list oppure bond degli organismi internazionali, pagherete il 12,5% sul capitale investito in essi e sul restante il 26%.

Compensare le minusvalenze

Capire la differenza tra redditi di capitale e redditi diversi è essenziale per poter compensare le minusvalenze. Le minusvalenze, ossia le perdite generate dalla compravendita di strumenti finanziari, possono essere compensate con le plusvalenze entro 4 anni.

Per esempio, se vendi un’azione a 90$ dopo averla comprata a 100$, avrai una minusvalenza di 10$. Queste minusvalenze possono essere compensate entro 4 anni, attraverso plusvalenze successivamente maturate. Se nei successivi 4 anni realizzi una plusvalenza, ad esempio dalla vendita di un’altra azione, potrai usarla per ridurre o annullare le imposte dovute.

Se hai generato 100.000 € di minusvalenze e poi realizzi 100.000 € di plusvalenze, potrai utilizzare le minusvalenze pregresse per risparmiare 26.000 € di tasse. Tuttavia, queste devono provenire da strumenti che generano redditi diversi, poiché non è possibile compensare una minusvalenza con un dividendo o una cedola obbligazionaria.

Attenzione a fondi ed ETF

Contrariamente a ciò che si può pensare, le plusvalenze e le minusvalenze generate dalla compravendita di fondi o ETF sono considerate redditi di capitale. Il motivo non è chiaro, ma lo stato considera i profitti ottenuti dalla vendita di fondi o ETF certi nell’ammontare e nell’esistenza, nonostante essi, in realtà, non lo siano. Ciò significa che le perdite generate dalla compravendita di questi strumenti non potranno essere compensate e i profitti dati dagli stessi non potranno poi essere utilizzati per compensare minusvalenze pregresse.

Regimi fiscali: dichiarativo e amministrato

Quando investiamo o facciamo trading nei mercati finanziari, possiamo scegliere se pagare le tasse in regime dichiarativo o in regime amministrato.

  • Regime dichiarativo: è un regime “fai da te”. All’inizio dell’anno successivo, si deve calcolare autonomamente quante tasse pagare, basandosi sul rendiconto di tutte le operazioni effettuate. Per questo motivo, molti investitori si rivolgono a un commercialista per gestire la dichiarazione fiscale.
  • Regime amministrato: prevede che un intermediario (banca o broker) agisca come sostituto d’imposta, occupandosi di tutti gli adempimenti fiscali per conto del cliente. In questo regime, le imposte vengono trattenute automaticamente e il cliente riceve i profitti già tassati.

Se la stessa persona possiede due conti, uno in regime amministrato e uno in regime dichiarativo, o anche più conti in regime amministrato, non potrà compensare le minusvalenze di un conto con le plusvalenze di un altro.

 

Hai bisogno di aiuto per dichiarare i tuoi redditi esteri?

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